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Si rimane un poco interdetti nella lettura del provvedimento emanato dalla Regione Lazio dopo il ritrovamento di un cinghiale affetto da PSA (al quale vanno aggiunti altri 2 casi sospetti di ieri).

Sì perché si ha l’impressione, almeno dalle misure prese, che la pericolosità del caso (casi?) laziale sia gestita in modo completamente diverso da quanto sta bloccando il nostro appennino.

Deve essere certamente così, già dal richiamo normativo. Mica si citano i Regolamenti UE, mica si fa riferimento alla normativa Ministeriale emesse di recente!

Si fanno le ordinanze di abbattimento dei maiali? NO si raccomanda la macellazione programmata! Si blocca l’attività forestale o le attività “ludico ricreative”? E perché mai si dovrebbe porre il divieto di andare nel boschi? Basta dare una pulitina alle scarpe quando si torna.

E se non bastasse si dà il via libera agli abbattimenti dei cinghiali senza aspettare recinzioni e con i cacciatori disponibili.

Siamo ancora in attesa di capire cosa succede, abbiamo “sospeso” le attività per mesi, ancora oggi per fare un cantiere forestale servono più carte che estrarre petrolio, non c’è traccia di un sostegno e soprattutto non c’è traccia di un interventi di selezione e depopolamento dei cinghiale, e dobbiamo anche subire lo smacco, per cui il caso di PSA nella Capitale viene affrontato con una leggerezza disarmante.

La domanda è: abitiamo lo stesso Paese? Perché quello che vale in Appennino, non serve a Roma… ce lo spieghi il Sottosegretario Costa, delegato dal Ministero della Sanità all’emergenza PSA, immaginiamo a supporto del Commissario Straordinario Ferrari e soprattutto si cessi questo costante rimando di responsabilità. Abbiamo bisogno di decisioni scientificamente acclarate e rapide, la cui conclusione è piuttosto semplice: ridurre i cinghiali in modo drastico, riconoscere ai danneggiati il giusto ristoro per riavviare la propria attività.

Ottavio Traverso

c.s.

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