Da fuori sembra un videogioco a livelli: insegne al neon, porte che si aprono da sole, sorrisi impeccabili. Poi arriva il conto. Tu cerchi le monete, loro ti porgono il vassoio per il contante. E lì capisci che non basta essere gentili: serve capire il codice invisibile che regge il gesto giusto, al momento giusto.
Primo giorno in Giappone, stanchezza a mille, fame che batte il tempo. Entro in un locale minuscolo di ramen. Ciotola perfetta, servizio rapido, asciutto. Al banco, il cuoco accenna un inchino, io penso: “Che professionalità, si merita una mancia.” Prendo due monete. In mezzo secondo, il cameriere me le restituisce sul vassoio, con un sorriso cortese ma fermo. Non ho fatto un gran figurone.
Non è scortesia. È regola
Qui la qualità è parte del prezzo. L’idea di “premiare” con una gratifica suona come un dubbio sulla loro etichetta professionale. Molte aziende vietano ai dipendenti di accettare mance. Altre le considerano fuori luogo. Risultato: se lasci spiccioli, spesso qualcuno ti rincorre per restituirli.
Ristoranti e hotel: come muoversi senza gaffe
Nei ristoranti paghi alla cassa. Metti il contante nel vassoio. Non poggiare i soldi sul bancone. Non forzare la mancia. In alcuni izakaya troverai un piccolo antipasto obbligatorio al tavolo. Si chiama otoshi (o tsukidashi). È un coperto mascherato, non una mancia. In locali medio-alti può comparire una “service charge” del 10%. È una voce di conto, non una busta da lasciare.
In hotel il personale non si aspetta nulla oltre al sorriso. Il facchino prende il trolley e lo posa accanto al letto con un inchino. Se allunghi monete, spesso declina. Non insistere. Alla reception alcuni alberghi preautorizzano la carta e non vogliono contanti extra. Nei taxi, la porta si apre e si chiude da sola. Paghi quanto indica il tassametro. Lasciare spiccioli sul sedile è un invito al fraintendimento.
Quando e come mostrare gratitudine
Esistono eccezioni, ma sono rare e codificate. In un ryokan tradizionale, se una stessa persona (nakai-san) ti assiste per l’intero soggiorno, puoi offrire una piccola gratifica. Non è obbligatoria. Se decidi, usa una busta pulita (pochibukuro), niente contanti nudi. Importi? Modesti: l’equivalente di 1.000–3.000 yen per camera in caso di servizio eccezionale. Alcuni accettano, altri no. Se c’è incertezza, meglio evitare: non esiste un dato univoco valido per tutte le strutture.
Guide private abituate a turisti stranieri a volte accettano una mancia o, meglio, un piccolo dono. Un omiyage locale, una scatola di dolci ben presentata. Di nuovo: non è regola universale, e molte agenzie la scoraggiano. Se non hai informazioni certe, chiedi con tatto o rinuncia.
Cosa funziona sempre? Le parole. “Arigatō gozaimasu” al momento. “Gochisōsama deshita” quando ti alzi dal tavolo. Un biglietto scritto a mano in camera. Un sorriso che non cerca nulla in cambio. Funziona anche la precisione: arrivare puntuali, non alzare la voce, non toccare il personale, non insistere con la carta dove c’è solo il contante.
Un ultimo dettaglio pratico
In molte casse c’è un vassoio per le banconote. Usalo. È ergonomia, non distanza. I pagamenti digitali crescono, ma non ovunque: porta contanti e non contare su una “tip option” sul POS. Quasi nessuno la prevede.
Forse il segreto sta qui
Lasciare andare l’idea che il denaro chiuda ogni conversazione. In Giappone la gratitudine si vede nelle forme. Nelle pause. Nel modo in cui esci dalla porta che si richiude da sola. Ti va di provarci, la prossima volta, fino a sentire che quel grazie è abbastanza?





