Il fuoco della Pasqua: messaggio del Vescovo di Albenga-Imperia, S.E. Guglielmo Borghetti

Il messaggio di Pasqua dal Vescovo Borghetti ai fedeli.

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Carissimi fratelli e sorelle,

1. ancora una volta ci è donato di vivere la Solennità della Pasqua del Signore, “festa delle feste”, “solennità delle solennità”; sant’ Atanasio la chiama “la grande domenica”! La notte di Pasqua per antichissima tradizione è “la notte di veglia in onore del Signore” (Es 12,42) e giustamente definita “la veglia madre di tutte le veglie” (S. Agostino); in essa rivivremo il suggestivo rito dell’accensione del cero pasquale: attinta dal “fuoco nuovo”, la luce a poco a poco scaccerà il buio e rischiarerà l’assemblea liturgica. Il braciere, che arde fuori della chiesa e da cui si accende il cero pasquale, attrae la nostra attenzione e tutti attendiamo al buio di poter accendere la nostra candela. Il trionfo della luce sulle tenebre, del calore sul freddo, della vita sulla morte, è espresso dal fuoco nuovo, intorno al quale si riunisce la comunità mentre il sacerdote compie i riti di accensione del cero. La preghiera che accompagna la benedizione del fuoco è davvero espressiva: "O Padre, che per mezzo del tuo Figlio ci hai comunicato la fiamma viva della tua gloria, benedici questo fuoco nuovo, fa che le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo, e ci guidino, rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno” (Dal Messale Romano). Il Santo Padre Francesco nel suo Messaggio per la Quaresima 2018 ha voluto sottolineare questo simbolismo del “fuoco nuovo” della Pasqua, sottolineatura che mi piace riprendere e sviluppare nel messaggio augurale che offro alla nostra comunità diocesana in occasione della Pasqua di Risurrezione 2018.

2. Partendo da una frase dell’evangelista Matteo, “per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà” (24,12), il Papa ci invita a considerare la situazione di “raffreddamento dei cuori”che caratterizza il tempo attuale; Gesù la pronuncia nel discorso sulla fine dei tempi a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi mentre risponde a una domanda dei discepoli che gli chiedono quando accadrà la distruzione del Tempio, quale sarà il segno della sua venuta e della fine del mondo. Gesù li mette in guardia dai falsi profeti e annuncia una grande tribolazione descrivendo la situazione in cui potrebbe trovarsi la comunità dei credenti: di fronte ad eventi dolorosi, alcuni falsi profeti inganneranno molti, tanto da minacciare di spegnere nei cuori la carità che è il centro e cuore di tutto il Vangelo.

3. Purtroppo non mancano eventi dolorosi che rattristano i nostri giorni e neppure mancano i falsi profeti! Ma chi sono questi falsi profeti? “Essi sono come “incantatori di serpenti”, ossia approfittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e portarle dove vogliono loro. Quanti figli di Dio sono suggestionati dalle lusinghe del piacere di pochi istanti, che viene scambiato per felicità! Quanti uomini e donne vivono come incantati dall’illusione del denaro, che li rende in realtà schiavi del profitto o di interessi meschini! Quanti vivono pensando di bastare a sé stessi e cadono preda della solitudine!” (Francesco, Messaggio per la Quaresima 2018)

4. Falsi profeti “sono quei “ciarlatani” che offrono soluzioni semplici e immediate alle sofferenze, rimedi che si rivelano però completamente inefficaci: a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti! Quanti ancora sono irretiti in una vita completamente virtuale, in cui i rapporti sembrano più semplici e veloci per rivelarsi poi drammaticamente privi di senso! Questi truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare. È l’inganno della vanità, che ci porta a fare la figura dei pavoni… per cadere poi nel ridicolo; e dal ridicolo non si torna indietro. Non fa meraviglia: da sempre il demonio, che è «menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44), presenta il male come bene e il falso come vero, per confondere il cuore dell’uomo” (Francesco, c.s).

5. Dante Alighieri, nella sua descrizione dell’inferno, immagina e presenta il diavolo seduto su un trono di ghiaccio (“Lo ’mperador del doloroso regno / da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia” (Inferno XXXIV, 28-29) egli abita nel gelo dell’amore soffocato. Il cuore freddo è immagine forte e inquietante che rende molto bene l’idea di un uomo chiuso nella sua solitudine egoista ed incapace di prossimità calda e fraterna. A Pasqua possiamo chiederci che cosa raffredda il cuore dell’uomo e possiamo rispondere che di certo “ciò che spegne la carità è anzitutto l’avidità per il denaro, «radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10); ad essa segue il rifiuto di Dio e dunque di trovare consolazione in Lui, preferendo la nostra desolazione al conforto della sua Parola e dei Sacramenti. Tutto ciò si tramuta in violenza che si volge contro coloro che sono ritenuti una minaccia alle nostre “certezze”: il bambino non ancora nato, l’anziano malato, l’ospite di passaggio, lo straniero, ma anche il prossimo che non corrisponde alle nostre attese” (Francesco, c.s.).

6. Anche nelle nostre comunità l’amore può raffreddarsi: i segni più evidenti di questa mancanza di amore sono: l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi e di impegnarsi in continue guerre fratricide, la mentalità mondana che induce ad occuparsi solo di ciò che è apparente: è quella chiamano “l’età del caos” (F. Rampini) o “l’età della rabbia” (P. Mishra); è chiaro che oscurate le coscienze e raffreddati i cuori si riduce l’ardore missionario (cfr Evangelii gaudium, 76-109); anche la nostra comunità diocesana rischia il raffreddamento quando si lascia andare alle prassi di sempre e non osa la fantasia della carità e della missionarietà, quando teme percorsi nuovi e permane nelle sue consuetudini e tradizioni prosciugate dal calore della fede e della carità. I tempi attuali sono difficili, ma affascinanti: ci è richiesto un soprassalto di missionarietà, un sollevarsi dal torpore e dall’indolenza che raffredda la nostra stagione storica, un riprendersi dallo scoraggiamento, un superamento della confusione e della rabbia, un germogliare vigoroso di una voglia di comunione che veda tutti corresponsabilmente costruttori della Chiesa radicati in Cristo Gesù, Redentore dell’uomo e “centro del cosmo e della storia” (San Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis,1); un divampare del fuoco nuovo della Pasqua che è il divampare della speranza che non è fatuo ottimismo, dettato dall’ingenua fiducia che il futuro sia necessariamente migliore del passato, ma che si basa sul fatto certo di Gesù Risorto, Speranza e fiducia nostra. Speranza e fiducia sono la premessa di una responsabile e amorosa operosità. Il fuoco è simbolo di vitalità. Il fuoco della Pasqua incendi i nostri cuori della Speranza che non delude (cfr Rm 5,5). Lasciamoci incendiare dallo Spirito del Risorto che apre le porte sbarrate dalla paura che raffredda il cuore e ci libera dalla prigionia dell’io impegnato ad accudire se stesso.

7. “O Dio dell'alleanza antica e nuova, che ti sei rivelato nel fuoco della santa montagna e nella Pentecoste del tuo Spirito, fa' un rogo solo dei nostri orgogli, e distruggi gli odi e le armi di morte; accendi in noi la fiamma della tua carità, perché il nuovo Israele radunato da tutti i popoli accolga con gioia la legge eterna del tuo amore (Messale Romano, Orazione Veglia di Pentecoste)”.

8. Buona Pasqua di Risurrezione a tutta la nostra comunità! Arda di bruciante carità e accolga la consolazione del Risorto come l’accolsero i discepoli di Emmaus; con il profeta Geremia possa esclamare “nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9). A tutti la mia benedizione,

Guglielmo Borghetti
Vescovo di Albenga-Imperia

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