Il tuffo di Cassini: l’ultimo incontro con Saturno

L’ultima fase del gran finale di una delle missioni più longeve e proficue nella storia dell’esplorazione spaziale. Una missione nella quale il nostro Paese ha avuto un ruolo da protagonista.

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Un giorno storico che sarà difficile da dimenticare. A 20 anni dal suo lancio nello spazio, sono state scritte le ultime pagine della missione Cassini-Huygens, dedicata a Saturno e al suo sistema di lune.

Il Gran Finale è stato preceduto, l’11 settembre scorso, dall’ultimo flyby (volo ravvicinato) attorno a Titano, necessario per modellare adeguatamente l’orbita della sonda: la luna ha fatto ancora una volta da fionda gravitazionale. Per questo “bacio d’addio”, come è stato chiamato, l'orbiter è passato a 119 mila chilometri sopra la superficie di Titano. Tra il 13 e il 14 settembre, Cassini ha scattato l’ultimo grandangolare di Saturno e dei suoi anelli, ha osservato Encelado dietro al pianeta e ha sbirciato in cerca delle nuvole di Titano. Sempre il 14 settembre, lo strumento italiano VIMS (Visual and Infrared Mapping Spectrometer) ha osservato il sito di impatto finale, sul lato notturno di Saturno.

Il tuffo finale è stato solo l’ultimo di un totale di 22 immersioni nell’atmosfera saturniana. Proprio l’ultima manovra ha comportato l’inevitabile fine della missione. La sonda ha potuto, però, inviare sulla Terra i suoi ultimi, importantissimi, dati scientifici sulla composizione chimica dell’atmosfera e del pianeta. La perdita segnale è avvenuta alle 13:55:46 ora italiana a 1510 chilometri sopra le nubi superiori: la Cassini Solstice Mission ovviamente non ha ritorno, ciò significa che l’attrito con l’atmosfera ad una velocità di circa 120000 Km/h ha bruciato e distrutto il veicolo spaziale.

Ma perchè la decisione di far distruggere l'orbiter?

Prima di tutto per una questione di propellente: ne era rimasto poco a bordo, e quella quantità non avrebbe permesso agli scienziati di controllare ancora a lungo le orbite del vettore, lasciandolo di fatto vagare senza una guida, sino a quando probabilmente non si sarebbe scontrato con uno degli attuali 60 satelliti conosciuti presenti in quella porzione di Spazio, con il rischio di contaminarlo.

Seconda motivazione, appunto, la contaminazione. I tanti esperimenti condotti sulla Stazione Spaziale Internazionale e fuori da essa, hanno dimostrato come alcuni batteri e spore siano incredibilmente resistenti anche i condizioni così estreme. Cassini, avrebbe potuto portare con se colonie di microorganismi che, in seguito ad un impatto della sonda ormai fuori controllo, avrebbero potuto contaminare l'ambiente dell'impatto.

Altro motivo che ha portato alla decisione di una distruzione totale è l'alimentatore a bordo della sonda. Un generatore termoelettrico a radioisotopi che ha garantito l'alimentazione a tutti gli strumenti scientifici e di trasmissione dati sino ad oggi (e avrebbe potuto farlo ancora per molto tempo), basato sul decadimento di isotopi radioattivi, del quale sono dotate la stragrande maggioranza delle sonde mandate in questi anni ad esplorare il nostro Sistema Solare (dopo una certa distanza dal Sole, i pannelli solari divengono del tutto inutili). Questi generatori sono praticamente blindati e totalmente sicuri, anche in seguito ad un forte impatto od esplosione del vettore, ma nessuno conosce gli effetti che 20 anni nello Spazio possono aver avuto sui materiali della sonda e del generatore.

E Huygens?

Si potrebbe obiettare sul perché allora sia stato mandato sul pianeta un lander, con il rischio di contaminazione. La risposta è che dopo aver valuto i pro e i contro, si è deciso di inviare un lander che avrebbe permesso di studiare un ambiente molto simile alla Terra primordiale, impossibile da studiare con gli strumenti al di fuori della sua impenetrabile atmosfera sperando, dopo aver valutato tutti i rischi di contaminazione e preso ogni possibile precauzione con le tecnologie allora disponibili negli anni '90, di non aver fatto danno.

Link esterni:

(fonte: Inaf, Focus, Nasa)

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