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Nuova scoperta italiana sulle abilità dei coronavirus: rubano geni dell’ospite integrandoli nel loro RNA

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Una nuova scoperta tutta italiana sulla struttura dei coronavirus (CoV) potrebbe spiegare meccanismi sconosciuti di interazione tra questi virus e gli ospiti che infettano: all’interno dell’organismo acquisiscono geni dell’ospite per assumerne caratteri di identificazione cellulare.

La scoperta, che porta la firma di un gruppo di studio italiano costituito da ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), dell’Università di Bologna (UNIBO), dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna (IZSLER), apre diversi scenari tra i quali la possibilità dei CoV di mimetizzarsi nell’organismo ospitante, grazie all’acquisizione di porzioni di geni, così da rendersi poco visibili al sistema immunitario dell’ospite deputato a riconoscerli e distruggerli.

L’evidenza riscontrata è particolarmente interessante perché potenzialmente in grado di condizionare la durata delle infezioni (forme croniche, con eliminazione virale per periodi di tempo relativamente lunghi), elemento ecologicamente vantaggioso per il virus e che ne faciliterebbe una più ampia circolazione.

La scoperta di sequenze del gene CD200 incorporate nel genoma virale è avvenuta durante uno studio recentemente pubblicato su Viruses (https://www.mdpi.com/1999-4915/12/12/1471/pdf oppure https://www.mdpi.com/1999-4915/12/12/1471) e svolto su CoV evidenziati in Nord Italia in ricci europei (Erinaceus europaeus).

Tali virus, appartenenti allo stesso gruppo dei Beta-CoV responsabili di COVID-19 e MERS, sono stati classificati come EriCoV propri dei ricci, dotatati di una stretta somiglianza con altri EriCoV europei e non esistono evidenze di trasmissibilità di questi virus dai ricci all’uomo.

Questo studio derivato dall’osservazione del mondo naturale, dimostra per la prima volta l’esistenza tra i CoV di un meccanismo evolutivo estremamente raffinato e ribadisce il valore dello studio delle malattie della fauna selvatica quale fondamentale e insostituibile supporto alla comprensione delle patologie trasmissibili tra animali e uomo, nell’ottica di una corretta gestione degli ecosistemi e dell’equilibrio tra le specie che li popolano.

c.s.

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