CNV: il linguaggio analogico della comunicazione - le mani e le dita

Con le mani si realizza ciò che si immagina con la mente.

Ferrari Innovations

È stato scientificamente dimostrato che il cervello ha connessioni nervose con le mani e con qualsiasi altra parte del corpo. Aristotele soleva dire che le mani erano una diramazione del cervello. Con le mani si realizza ciò che si immagina con la mente. Dunque, cervello e mani sono considerati complementari. Pertanto, i gesti e le posizioni di queste ultime rivelano molte informazioni sullo stato emozionale di una persona. Con le mani salutiamo, tocchiamo, accarezziamo, soppesiamo, esprimiamo i nostri sentimenti e le più piccole emozioni. Essi sono piccoli radar proiettati verso l’ambiente esterno. Come si è visto parlando delle braccia, la mano aperta in vista è segno di onestà, di disponibilità o anche di sottomissione. Se una persona si scusa e lo comunica con i palmi aperti e in vista è probabile che quanto afferma sia vero. Al contrario, se mentre si scusa incrocia le braccia oppure mette le mani in tasca per coprirle/nasconderle si hanno fondati motivi per dubitare e pensare che non sia vero quanto afferma. Per esempio, quando il bambino mente o vuole nascondere qualcosa parla tenendo le mani nascoste dietro la schiena. Anche chi nasconde le mani sotto il tavolo o le tiene saldamente avvinghiate ai braccioli rivela la stessa tendenza a voler nascondere qualcosa.

Gesticolare con le mani attira l’attenzione, aumenta l’impatto del messaggio e aiuta gli ascoltatori a recepire meglio il discorso. Alla University of Manchester in Inghilterra Geoffrey Beattie e Nina McLoughklin hanno condotto uno studio su un gruppo di volontari. Sono state fatte ascoltare alcune storie che avevano come protagonisti personaggi dei cartoni animati quali Rogger Rabbit, Titti e Gatto Silvestro. Con alcuni soggetti il narratore gesticolava per mimare le diverse vicende, con altri no. Quando una decina di minuti dopo i volontari sono stati intervistati, coloro che avevano assistito alla narrazione “gestuale” hanno ricordato i dettagli della storia tre volte meglio. Dato, questo, che dimostra l’influenza della gestualità manuale sulla capacità di memorizzazione (The Definitive Book Of Body Language”, A. e B. Pease, 2004).

Le mani sono anche indice della posizione mentale dell’interlocutore. Osservando una persona riassumere un discorso enumerando punti di vista diversi, le mani possono aiutarvi a capire se propende per l’una o per l’altra ottica. Di solito, chi parla tiene un palmo sollevato, espone prima una prospettiva e poi l’altra, cambiando mano secondo il punto di vista. Le persone destrimani usano la destra per descrivere il punto di vista che condividono, i mancini, la sinistra.

Nelle righe che seguono si passano in rassegna i gesti più comuni che hanno come oggetto le mani e le dita, fornendone una interpretazione sociale e culturale.

Le mani giunte. Di primo acchito il gesto sembra indicare sicurezza di sé, visto che talvolta si accompagna al sorriso. Invece, le mani giunte denotano un atteggiamento controllato, ansioso o negativo. Le ricerche condotte da due esperti di tecniche negoziali quali Nierenberg e Calero hanno dimostrato che durante una trattativa, il gesto delle mani giunte è un segno di frustrazione. Indica che il soggetto in questione sta soffocando un sentimento negativo o uno stato ansioso. È una posizione assunta da chi si accorge di non essere convincente o da chi ritiene che sta perdendo terreno nella negoziazione (“How To Read A Person Like A Book”, G. Nierenber e H. Calero, 1971).

Il gesto ha tre varianti:

  • le mani giunte davanti al viso;
  • le mani giunte in grembo;
  • le mani giunte all’altezza dell’inguine.

Studi hanno rilevato una correlazione tra l’altezza in cui vengono tenute le mani e il livello di frustrazione dell’individuo. Più le mani giunte sono sollevate e più è alto il livello di frustrazione/ansia che il soggetto cerca di sopprimere. Pertanto è più difficile affrontare qualcuno che tenga le mani giunte in alto, in posizione centrale, piuttosto che in posizione inferiore. Come con tutti i gesti negativi è necessario indurre la persona a disincrociare le dita. Un modo potrebbe essere offrendo da bere o chiedendole di reggere qualcosa. In caso di fallimento l’atteggiamento negativo perdurerà come la posizione a braccia conserte, influenzandone di conseguenza l’interazione tra gli interlocutori.

Le mani giunte a guglia. Abbiamo più volte ricordato che i gesti si susseguono a gruppi, come le parole in una frase, e che devono essere interpretati nel contesto in cui si verificano. Le mani giunte a guglia possono rappresentare un’eccezione alla regola, visto che spesso non si associano ad altri gesti. Le dita di una mano sono lievemente premute contro quelle dell’altra a formare una sorta di guglia. Si è notato che il gesto viene usato spesso nelle interazioni tra un individuo superiore e un subordinato e denota sicurezza di sé. I superiori lo adottano frequentemente quando danno istruzioni o consigli ai subalterni. Il gesto è comune, in particolare, tra commercialisti, avvocati e manager. Chi si sente superiore e sicuro di sé mette sovente le mani a guglia rivolte verso l’alto, comunicando così questa sensazione agli interlocutori. Anche l’ascoltatore che ritiene di avere conoscenze ed essere più qualificato di chi sta parlando può ricorrere a questo gesto, eseguito però con le mani rivolte verso il basso. Se si vuole trasmettere un’immagine di sicurezza o comunicare di avere la risposta giusta questa posizione è l’ideale. Tutt’altro significato assume questa posizione se la punta della guglia è girata in avanti, quasi ad imitare la prua di una nave rompighiaccio. Assume un significato più aggressivo, in quanto la persona sta inconsciamente tentando di respingere o minacciare chi le sta di fronte. Infine, se quando si sta riflettendo le mani assumono una posizione a “cuneo” e i polpastrelli tamburellano si indica che si è in procinto di prendere una decisione/soluzione. È un modo per arrivare a un punto di contatto che possa mediare interessi diversi.

Sembra che posizionare le mani a guglia sia un gesto innato nella Cancelliera tedesca Angela Merkel.

La cosiddetta “guglia alta” è spesso assunta da chi dà un parere, propone un’idea o parla. La seconda posizione è normalmente usata quando la persona ascolta più che parlare. Le donne tendono ad adottare la “guglia bassa“ più di quella alta. Quando il soggetto usa la guglia alta reclinando la testa assume un’aria autocompiaciuta o arrogante. Anche se il gesto della guglia è un segnale positivo, può essere utilizzato in entrambe le situazioni (positive e negative) e si presta a fraintendimenti. Immaginate di esporre un’idea a un interlocutore e di vederlo compiere diversi gesti positivi quali aprire le mani mostrando i palmi, chinarsi in avanti, sollevare la testa e annuire. Verso la fine del discorso, tuttavia, notate che unisce le mani a guglia. Se il gesto ne seguono altri positivi, e si verifica quando presentate la soluzione del problema, vi segnala che probabilmente avete via libera e potete andare al sodo. Se, viceversa, segue tutta una serie di segnali negativi, quali la posizione a braccia conserte, le gambe incrociate, l’allontanamento dello sguardo e i gesti di avvicinamento delle mani al viso, allora l’interlocutore si sente sicuro delle sue posizioni: non vi risponderà affermativamente e terminerà quanto prima l’incontro. In entrambi i casi le mani a guglia denotano sicurezza di sé, nel primo caso con implicazioni positive, nel secondo negative. I gesti che precedono tale posizione sono determinati per poter prevedere l’esito di un colloquio e la corretta interpretazione del gesto.

Mani intrecciate. Le mani strette con le dita intrecciate sono sempre un segno di chiusura. Hanno valenza diversa più si allontanano dalla testa e scendono verso il basso. La frustrazione e il malumore diminuiscono se le mani, invece di essere intrecciate davanti al viso, si appoggiano sul tavolo o sulla pancia. Una persona seduta al tavolo di fronte a noi, che magari ci sorride, con i gomiti appoggiati e le mani intrecciate davanti al mento, nasconde un forte nervosismo e una forte tensione. È come se le sue mani stessero trattenendo le emozioni negative. Se poi le mani restano intrecciate ma le dita si drizzano in fuori come a creare un effetto di filo spinato, la persona cerca, anche visivamente, di difendersi.

Le mani dietro la schiena. Si tratta di un gesto comune tra i leader e i reali. È usato dagli agenti di polizia quando pattugliano le strade, dai presidi quando ispezionano, dai militari di grado più elevato e da chiunque detenga una posizione di potere. I sentimenti correlati a questo gesto sono la superiorità, il potere e la sicurezza di sé. Esprime che la persona che compie tale gesto è a proprio agio. Infatti, il soggetto espone addome, cuore e inguine. Tre aree vulnerabili messe in mostra in un unico atto inconscio. Quando ci sentiamo tesi tendiamo a tenere le mani davanti al corpo, come se fossero una barriera difensiva. Quando invece uniamo le mani dietro la schiena il nostro umore è esattamente l’opposto. In altre parole, si vuole dire “mi sento così a mio agio che non ho bisogno di proteggermi”, infatti, espongono la parte frontale del corpo. Se si assume tale posizione in una situazione di grande stress, per esempio durante un’intervista con la stampa, inizierete a sentirvi più sicuri e persino autoritari, per la legge di causa ed effetto. Se, invece l’interlocutore adotta la “presa del polso” comunica uno stato d’animo diverso rispetto al palmo nel palmo dietro la schiena. È un segnale di frustrazione e un tentativo di mantenere l’autocontrollo. Una mano afferra strettamente il polso dell’altro braccio dietro la schiena, come per impedire a questo di colpire. Quanto più alto la mano afferra il braccio opposto quanto più frustrato o infuriato è il soggetto. Nella figura accanto la persona dimostra un maggior sforzo di controllarsi rispetto alla figura precedente. La mano stringe il braccio, non il polso. Tali prese sono un tentativo di mascherare il nervosismo cercando di mantenere l’autocontrollo. Se vi sorprendete a farli trasformateli nel gesto palmo nel palmo dietro la schiena. In questo modo vi sentirete più sicuri e padrone di voi.

Le mani sono sempre davanti a noi, come detto, sono spie dello stato emozionale e degli atteggiamenti. Molti segnali di linguaggio corporeo sono difficili da apprendere, a differenza dei gesti con le mani. Possono essere studiati e corretti fino a ottenere una buona padronanza. Più si impara a leggere negli altri e a controllare in se stessi la gestualità delle mani, più si apparirà sicuri, sinceri e credibili. Attenzione però a non essere traditi dalle dita. Anche loro esprimono più di quanto si pensi. Il dito maggiormente eloquente è il pollice seguito a ruota dall’indice. ll pollice è il dito più forte dal punto di vista fisico: opponendosi agli altri permette di afferrare. In mostra denota superiorità. Nella lettura della mano rappresenta la forza di carattere, l’ego. Nel linguaggio corporeo i segnali che lo riguardano denotano un atteggiamento presuntuoso. Il pollice viene usato per comunicare predominio, superiorità, capacità di farsi valere e talora aggressività. Si riscontra soprattutto in quelle persone che iniziano a parlare di sé e, con un gesto di autocompiacimento, si afferrano il bavero della giacca ostentando il pollice). Ogni volta che qualcuno cerca di portare il discorso e l’attenzione su di sé, i pollici sono messi in mostra. Invece, se si cerca di trattenersi, perché le circostanze non consentono di esprimere quanto si vorrebbe, ecco allora apparire il tipico gesto delle braccia incrociate dalle quali sbucano due pollici puntati in alto. Sono un altro insieme di gesti molto comune. Si tratta di un doppio segnale indicativo di un atteggiamento difensivo o negativo (braccia conserte), nonché di superiorità, come rivelano i pollici.

A volte le mani vengono infilate nelle tasche, dalle quali i pollici escono imperiosi, rivelando desiderio di dominio e grande sicurezza di sé. Chi, invece, infila le mani nelle tasche posteriori tenendo i pollici in vista è come se cercasse di mascherare il suo desiderio di dominare la situazione o i presenti. È un gesto diffuso tra uomini e donne che si sentono in una posizione superiore rispetto agli altri. In ambito lavorativo un capo lo adotta spesso quando cammina per l’ufficio. In sua assenza, lo stesso gesto verrà usato dal vice. Un subordinato non oserà mai compierlo di fronte a un superiore. L’esibizione del pollice può essere più palese quando il messaggio verbale è contraddittorio. Valenza più forte hanno i pollici infilati nella cintura Con le altre dita aperte e rivolte verso il basso, si sottolinea la propria virilità. Se ostentando i pollici si cerca di portare l’attenzione su di sé, nascondendoli tra le altre dita si afferma il contrario: l’intento di non essere osservati.

L’altro dito più espressivo è l’indice. Da tutti utilizzato, spesso a sproposito, come un bastone di comando. L’indice è il dito del potere. Lo si espone per impartire ordini, per indicare, sottolineare, ammonire. Ci sono due modalità di base per comandare: con la mano rivolta verso l’alto o con il palmo girato verso il basso. Impartire un ordine puntando l’indice, ma tenendo il palmo girato verso l’alto, non è vissuto da chi deve eseguirlo come una prevaricazione. Egli non si sente minacciato ed eseguirà volentieri quanto gli è richiesto. Al contrario, se si ordina con il palmo rivolto verso il basso e magari con le dita serrate, in modo che emerga solo l’indice puntato, la richiesta assume subito un tono più autoritario, anche se sono state pronunciate le stesse parole con lo stesso tono di voce. Si può ricorrere volutamente a questo gesto se è necessario imporre la propria autorità, per dichiarare, anche non verbalmente, che è un ordine da eseguire subito. Il rischio è che l’altra persona si senta minacciata poiché posta in un ruolo di sudditanza. L’evenienza è che accetti malvolentieri di eseguire l’ordine o addirittura si rifiuti. Chiedere qualcosa puntando il dito è un gesto irritante che non aiuta di certo a creare un rapporto armonioso.

A proposito dell’interpretazione dell’indice, Allan e Barbara Pease hanno condotto un esperimento con otto oratori. La comanda era di tenere una serie di discorsi della durata di una decina di minuti. Nel contempo dovevano usare i gesti appena descritti con l’aggiunta del gesto del dito puntato. Gli oratori parlavano di fronte ad un pubblico sempre diverso in modo da documentare gli atteggiamenti dei partecipanti nei confronti di ciascuno. Gli autori hanno concluso che gli oratori che usavano per lo più il palmo verso l’alto ottenevano l’84% dei consensi da parte del pubblico. Percentuale che scendeva al 52% quando pronunciavano lo stesso discorso con il palmo rivolto verso il basso. Invece, quando utilizzavano la mano chiusa col dito puntato, i consensi si riducevano al 27%. In questo caso alcuni ascoltatori hanno addirittura abbandonato la sala. Il dito puntato non solo è stato il gesto meno gradito al pubblico, ma lo ha indotto a dimenticarsi più facilmente i temi discussi. Tutto ciò perché a livello inconscio suscita sentimenti negativi. Quando l’oratore punta il dito direttamente verso la platea, il pubblico pensa più a formulare giudizi sulla persona piuttosto che ascoltarne le parole. Dunque, sembra consigliabile esporre il palmo al pubblico al fine di creare un’atmosfera più rilassata e un effetto più positivo. In alternativa, se si uniscono indice e pollice quasi come nel gesto “ok” e si parla tenendoli in questa posizione, si trasmette un’impressione di autorità ma non di aggressività. Gli oratori che usano il gesto a dita unite sono descritti come “seri”, “dotati di uno scopo” e “concentrati”. Quelli che invece ricorrevano al dito puntato sono considerati “aggressivi”, “battaglieri” e “scortesi” (“The Definitive Book Of Body Language”, A. e B. Pease, 2004).

Roberto Bonadonna

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