CNV: il linguaggio analogico della comunicazione

Il linguaggio analogico offre una rappresentazione continua del contenuto che si intende comunicare e caratterizza le comunicazioni non verbali e para verbali.

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Come spiegato nei precedenti articoli, per comunicazione non verbale (CNV) si intende tutto ciò che nella comunicazione interpersonale non usa del linguaggio verbale, ma che contribuisce a trasmettere significato attraverso movimenti del corpo, inflessione di voce, sguardo, gesti o postura.

Il linguaggio analogico offre una rappresentazione continua del contenuto che si intende comunicare e caratterizza le comunicazioni non verbali e para verbali. I messaggi analogici servono per sottolineare la pregnanza di una parola o di un concetto, per completare o aggiungere sfumature al significato verbale. Per regolare, rinforzare, sostituire e talvolta persino per contraddire quello che si dice. Il linguaggio analogico non è univoco. Non possiede un criterio di qualificazione generale che permette di sapere quale degli opposti significati sia quello esatto, né indicatori che consentano di disgiungere sfumature temporali e locali. Manca dei segnali del tipo “se-allora” oppure “o-o”, della negazione e dell’espressione di concetti astratti o legati al tempo passato-presente-futuro. Può, quindi, risultare ambiguo e di facile fraintendimento a causa della soggettiva interpretazione. Ciò è dovuto anche dalla mancanza di un vocabolario della comunicazione analogica. Tale assenza impedisce di avere dei codici di riferimento consensuali. Solo alcuni gesti emblematici, quelli dei vigili per esempio, hanno raggiunto una convenzione che li rende comprensibili in modo univoco alle persone che li hanno studiati. Quindi, in ambito professionale, l’esperto di relazioni pubbliche dovrà particolarmente curare, proprio perché soggettivamente interpretabili, il linguaggio analogico, la postura, la prossemica, la mimica, i gesti, l’uso della voce, in modo che risulti coerente con quanto comunica a livello verbale e col tipo di relazione che intende instaurare/mantenere con l’interlocutore.

Sono molteplici gli usi che l’uomo fa della comunicazione non verbale. La si usa come sostegno del linguaggio, come espressione delle emozioni e degli atteggiamenti interpersonali. È compito dell’occhio vigile notarli e interpretarli.

I gesti e i movimenti compiuti con la parte superiore del corpo, braccia e mani per esempio costituiscono la parte più rilevante della comunicazione tra gli essere umani, ma non sempre sono sinceri in quanto possono essere conseguenza di un processo cognitivo. Di contro invece, se si osservano le estremità inferiori si possono avere importati segnali che possono confermare o meno quanto si sta dicendo. È uso comune controllare o cercare di farlo quanto è palesemente in vista, nessuno presta attenzione a come posiziona la gamba, in che direzione sono i piedi etc, e invece sono molto spesso rivelatori.

Sin dalla nascita i gesti ci aiutano a comunicare, possiamo sottolineare o alleggerire il significato di quanto andiamo dicendo. Il volto nella comunicazione non verbale svolge sicuramente un ruolo importante anche perché è la parte del corpo più in vista, quella a cui si pone più attenzione, specialmente durante una conversazione. Il volto evidenzia le caratteristiche della personalità e del retaggio socio culturale, lascia trasparire le emozioni. Dal modo in cui cambiano le espressioni è facile capire le persone ma è anche altrettanto facile fraintenderle. Il volto non solo comunica l’aspetto emotivo o stato d’animo dell’individuo ma con le sue espressioni è di supporto al discorso, completandolo.

Cosi come lo è durante la stretta di mano, lo sguardo è un tramite fondamentale per instaurare relazioni e manifestare atteggiamenti. Le persone guardano sia per inviare informazioni sia per raccoglierne. Rivolgere lo sguardo verso una persona è inteso come un segnale di interesse e, anche quando avviene in modo del tutto casuale, chi è osservato ne tiene sempre conto. Ricambiare lo sguardo dimostra volontà di interazione mentre il distoglierlo indica il rifiuto all’interazione. Ma, è anche vero che a volte mentre si parla si evita di guardare l’interlocutore negli occhi per evitare distrazioni. Exline, a questo proposito, è riuscito a dimostrare che gli individui propensi ad un pensiero astratto attivano maggiormente lo sguardo rispetto a quanti adottano un pensiero concreto perché non sono disturbati dalle divagazioni legate al contatto oculare. La personalità degli individui influisce quindi sulla qualità e la quantità degli sguardi. In genere le persone estroverse guardano in modo più marcato perché non hanno paura di “mostrarsi” agli altri, mentre gli psicotici tendono ad evitare il contatto oculare per ragioni inverse. Quando parlano, le donne hanno un’attività di sguardo più accentuata rispetto agli uomini i quali guardano soprattutto durante l’ascolto.

Esistono gesti denominati gesti-azione, ovvero movimenti compiuti volontariamente per comunicare un’intenzione, un’emozione, come ad esempio indicare o salutare. Alcuni di questi sono abbastanza universali, altri dipendono dalle culture, dalle razze, dall’ambiente sociale e quindi riconoscibili solo in un determinato Paese e creare sconcerto se usati in un altro contesto.

Ci sono poi gesti compiuti in modo abbastanza inconscio, che si definiscono gesti-atteggiamento: rivelano parti profonde di noi e contenuti che spesso verbalmente non vengono espressi. Ad esempio, tutti porgiamo la mano per salutare, ma lo si fa con modalità diverse, ognuna delle quali sottende un preciso modo di intendere il rapporto che sta per instaurarsi.

Freud disse «Nessuna persona può mantenere un segreto: se le labbra restano mute, parlano le sue dita». Negli articoli successivi passeremo in rassegna i gesti più comuni, cercando di scorgere in questi il significato espresso con la comunicazione non verbale. È da tenere ben presente che questo modo di procedere, tendente a scomporre i singoli gesti e movimenti, è dovuto ai fini di chiarezza. La comunicazione interpersonale è “liquida” nella misura che si modifica con l’aumentare delle interazioni. Per tanto ogni gesto non è mai isolato, è sempre accompagnato da altri movimenti di altre parti del corpo. L’importante è non dimenticare di considerare che ogni singolo gesto o movimento non ha di per sé, in assoluto, un significato preciso e inequivocabile, ma deve invece venire interpretato e inserito nel contesto dell’intero comportamento di una persona. Una regola di fondo c’è, per quel fenomeno per il quale ad ogni azione corrisponde una reazione, se l’azione è automatica, altrettanto lo sarà la reazione. E’ sempre consigliabile adottare gesti positivi in quanto influenzano positivamente chi ci sta di fronte. Suscitare un iniziale rifiuto attraverso gesti-barriera crea una situazione difficile da recuperare.

Per chi vuole migliorare la propria comunicazione deve prestare attenzione se altri gesti rinforzano quello specifico atteggiamento o se, invece esprimono un evidente contraddizione tra due segnali emessi dal corpo. In questo caso a quale credere? Al sorriso e alle mani aperte che dichiarano disponibilità o alle caviglie serrate che rivelano il contrario? In linea di massima si ritengono più veri i gesti eseguiti dalle parti del corpo più lontane dalla testa e meno visibili, ad esempio piedi e gambe. Questo perché tutti noi siamo abituati, oltre che a gestire il nostro linguaggio e quindi a pronunciare con cura le parole che riteniamo dire, anche a controllare le espressioni del viso. Il nostro volto ci è familiare, lo controlliamo spesso allo specchio e sappiamo, se serve, impostare un sorriso di circostanza. Sappiamo anche, più o meno coscientemente, che le nostre mani possono parlare a nostra insaputa. Magari ci tradiscono e trasmettono emozioni che non vorremmo esprimere. Pertanto, si presta una maggiore attenzione nel controllarle. Però, spesso si dimentica che, oltre a braccia e a mani, si dispone di tutto il resto del corpo che parla per noi o contro di noi. In cima alla scala delle priorità va comunque posta l’attenzione, prima ancora che ai gesti, a quei segnali inconsci emessi dal copro che si rivelano attraverso la pelle e che possono tradursi in pallore, rossore, sudorazione improvvisa. In quanto assolutamente inconsci e imprevedibili, non possono essere camuffati o controllati coscientemente dalla persona. Non va dimenticato il contesto nel quale la sequenza di gesti viene notata. Se una persona rabbrividisce, si stringe nelle spalle e serra le gambe, non necessariamente sta provando una terribile emozione che la porta a chiudersi a riccio per non manifestarla. Se si trova a parlare con noi alla fermata dell’autobus in una gelida giornata invernale, forse ha solamente molto freddo!

Dato l’ampiezza dell’argomento, l’argomento verrà tratto in diverse parti che verteranno sulle componenti che formano l’insieme del linguaggio analogico come la postura, la prossemica, le espressioni del viso, i movimenti e i gesti delle braccia e delle mani, la paralinguistica.

Roberto Bonadonna

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