Il grande ritorno del disco in vinile

Negli USA il vecchio "padellone nero" incassa più di Youtube e Spotify

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Oggi il mercato discografico sta vivendo una singolare spaccatura: da una parte esistono le etichette cosiddette “major”, per le quali la musica è un mero prodotto di consumo usa-e-getta, e che preferiscono investire nei talent-show (come X-Factor e simili), nei canali televisivi come Mtv e in piattaforme di audio digitale dedicate esclusivamente all’ascolto “in streaming” (cioè da internet, senza avere in mano alcun supporto fisico) o, al massimo, che consentono di scaricare le canzoni sottoforma di files digitali (come iTunes), mentre dall’altra parte si contano innumerevoli etichette che hanno fatto della musica la loro ragione di vita e del suo supporto originario, il disco, un vero e proprio oggetto di culto, da possedere, collezionare, desiderare.

I veri “puristi” della musica non soltanto disprezzano la bassa qualità audio dello streaming e degli mp3, ma sostengono addirittura che per purezza di suono e calore delle sfumature il caro vecchio vinile nero sia nettamente superiore al CD.

Dalla RIIA (Recording Industry of America), associazione di categoria che raggruppa i produttori discografici statunitensi ha recentemente dichiarato che le vendite di vinili in America nei primi sei mesi del 2015 hanno toccato i 221,8 milioni di dollari, facendo registrare una crescita del 52.1% rispetto al 2014 e superando di gran lunga i guadagni ottenuti dalle royalties derivanti da Youtube e da piattaforme di streaming come Spotify. Sommando infatti gli introiti dei canali ufficiali di Youtube (come il famoso VEVO), di Spotify, di Soundcloud e di Bandcamp si arriva a circa 162,7 milioni di dollari.

Abbiamo intervistato su questo tema due produttori discografici italiani impegnati nel rilancio della musica di qualità, al di fuori del circuito delle tv e delle radio nazionali. Abbiamo posto loro due domande: visto che questo fenomeno è stato individuato negli USA, l'Italia quanto ne è coinvolta? 2. Quanto sono i vinili a tenere in piedi le etichette fuori dal grande circuito delle "major" internazionali e di Mtv e quanto sono invece le etichette ad aver "salvato" il vinile? Cioè, in pratica, chi ha portato beneficio a chi?

Massimo Gasperini, da oltre 25 anni “Patron” dell’etichetta Black Widow Records, specializzata in produzioni hard-rock, prog-rock, psych e gothic, commenta: “Il vinile è in netto aumento di vendita ed il CD in calo... meno male che ogni tanto qualcosa va come dovrebbe sempre andare! E l'Italia ne è coinvolta nella sua piccola percentuale rispetto al mondo! Sono vere entrambe le cose, etichette come la Black Widow Records supportavano il vinile anche quando sembrava che esso non godesse più di alcuna reputazione e come vedi abbiamo avuto ragione. Siamo stati noi a consigliare e spingere altre etichette in Italia, e non solo, ad investire sul vinile. Detto ciò noi vendiamo e distribuiamo ancora parecchi CD”.

Francesco Cerisola, noto come “Franky Ciliegia”, dell’Etichetta Dreamingorilla Rec., attenta alle più attuali tendenze underground, affronta la cosa con tono ben più polemico: “Per quanto mi riguarda, il fatto che nei primi sei mesi del 2015, negli USA, il vinile abbia superato, in termini di ricavi, i risultati ottenuti dalle piattaforme di streaming, è una notizia che non è una notizia. Nel senso che, secondo me, è un confronto che non dimostra niente, in quanto stiamo parlando di due mercati microscopici. Quello dei vinili lo si osanna ormai da anni e, anche se da un punto di vista delle percentuali sta galoppando (si parla di incrementi di vendite che superano il 100%), la realtà è che rimane comunque una delle voci di minoranza per quanto riguarda la “torta” complessiva dei guadagni dell'industria musicale. La realtà è che se si vende 1 e si ha un aumento del 100%, vuol dire che si è riusciti a vendere 2, non milioni di copie (come magari fa un singolo album in formato cd o digitale).

Quello delle piattaforme streaming, invece, fin da quando è nato è sempre stato criticato per le irrisorie cifre che corrisponde agli artisti per ogni singolo streaming (non so i rapporti precisi, ma se facciamo che sono 5€ ogni 1000 ascolti mi sa che siamo già stati fin troppo ottimisti), quindi credo che anch'esso contribuisca ben poco al guadagno complessivo dell'industria musicale.

Non ci trovo niente di entusiasmante o rivoluzionario. Soprattutto se poi lo paragoniamo all'Italia, un Paese dove il mercato del vinile genera solo il 4% degli introiti complessivi (dati FIMI del primo semestre 2015: http://www.fimi.it/blog/dati-del-mercato-discografico-primo-semestre-2015 ) e dove lo streaming, invece il 26% (sempre dati FIMI del primo semestre 2015). Insomma, basta cambiare Stato e tutto è già diverso. Non ho informazioni sulle altre nazioni europee, ma non mi stupirei se sapessi che si allineano di più con la tendenza italiana che con quella americana. Considero il mercato USA come una sorta di “mosca bianca”, un caso a parte ed eccezionale. Infine, per quanto mi riguarda, lascerei perdere questi tipi di confronti. Mi sembrano “guerre tra poveri”, piuttosto che cambiamenti rilevanti.


Per quanto riguarda le grandi etichette indipendenti che lavorano a livello internazionale non saprei dare una risposta precisa, in quanto non faccio parte del circuito e non ho modo di quantificare la cosa, però credo che nessuna label di questo genere sia in piedi grazie al vinile.
Per quanto riguarda l'Italia e le etichette minori a livello internazionale, invece, penso che qualche caso in cui sia il vinile ad avere il ruolo da protagonista ci sia. Mi riferisco, principalmente, a tutte quelle nicchie ultrasettoriali in cui il vinile è effettivamente oggetto di culto. Questo è il terreno giusto dove, secondo me, possono nascere (e sono già nate) realtà basate esclusivamente (o quasi) sul vinile. Anche in questo caso, però, come per la questione degli Stati Uniti e del vinile che supera lo streaming, considero la cosa come ai limiti del rilevante”.

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