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Loano. Ieri mattina il sindaco di Loano Luca Lettieri, il presidente del consiglio comunale Giovanni Battista Cepollina ed il consigliere comunale Matteo Pesce hanno partecipato alla posa della targa con la toponomastica alternativa con cui è conosciuto l’Archivolto Vallino, che collega via Ghilini con corso Roma ed il lungomare. Il passaggio, infatti, è anche noto come “U portigu de Gambin”.

Francesco Vallino è stato protagonista di un eroico salvataggio avvenuto il 24 novembre 1864. La storia del suo coraggio è stata raccontata in un articolo a lui dedicato apparso sulla “Gazzetta di Loano” il 15 aprile 2011 a firma di Antonio Garibbo e riportato integralmente di seguito.

Questa storia è stata estratta da volumi e copie di documenti conservati nella Casetta dei Lavoratori del Mare di Loano dove esistono altre copie di testi storici.

Scendendo da via Cesarea, per arrivare al Lungomare, si passa sotto l’archivolto intitolato a Francesco Vallino; oggi quasi nessuno sa chi egli fosse e anche ai suoi tempi, a metà ‘800, per molti loanesi quel nome era come di un illustre incognito. Bastava però nominare il “Gingio” perché ogni loanese corresse col pensiero ad uno dei migliori artigiani che si contassero in paese a quell’epoca.
Anche i pilastri della porta di Passorino (la Torre dell’Orologio) indicavano il geniale calderajo, fonditore, scultore, uomo dalle più singolari trovate, dotato d’una costituzione di ferro accoppiata ad un cuore sensibilissimo. La sua compagnia era ricercata da tutti per il carattere franco, disinvolto e per la generosità che dimostrava in ogni atto della sua vita.

Una famiglia si trovava in miserrime condizioni? A un contadino un incendio aveva distrutto le poche masserizie? A un pescatore i delfini avevano squarciato le reti? Niente paura! Usciva il Gingio di bottega e metteva assieme quel tanto da sollevare quanti erano stati colti da sventura! La sua bottega era il ritrovo di tutta la gioventù studiosa: si parlava di arte, di lettere, di politica, si commentava la disfatta di Novara e si criticava la cessione alla Francia di Nizza, patria di Garibaldi, e della Savoia, culla dei Biancamano!
E lì si affibbiavano nomignoli e soprannomi a Tizio e Caio (molti così ben appropriati che sono utilizzati dai veri loanesi ancora ai nostri giorni), ma il suo buon cuore gli costò la vita.

Nella serata triste e piovosa del 24 novembre 1864 – San Giovanni dalla Croce – si trovava come al solito, con alcuni amici, a fare una partita a tresette nell’osteria della Gambona, quando apparve ansante e trafelato il Min ad annunziare che la piena del Nimbalto aveva travolto cavalli e passeggeri della diligenza che faceva servizio da Genova a Ventimiglia (allora non esisteva ancora né il punto sul lungomare né la linea ferroviaria, inaugurata solo 8 anni… e rimasta ancor oggi, dopo quasi 140 anni, a un solo binario!).
Senza por tempo in mezzo il Gingio varca la porta della marina dirigendosi verso il Nimbalto, dove intanto la diligenza era stata invasa dalle acque e un senso di terrore aveva preso gli astanti: i viaggiatori invocavano aiuto con grida assordanti, il nitrito replicato dei cavalli dimostrava con quanto sforzo tentavano di liberarsi da ogni freno. Il pericolo immediato faceva indietreggiare anche i più audaci, i più intrepidi; ma nessuno osava correre al soccorso.

Quand’ecco che compare, tra la moltitudine, la maschia figura di Gingio che, senza badare al pericolo, si slancia vestito in soccorso di quei disgraziati e trae alla riva il primo… ci riprova, e poi s’avanza ancora, intrepido, ma la forza del torrente infine lo travolge e l’onda rapace lo trascina via, lo allontana e lo inghiotte.

L’indomani tre corpi inerti galleggiavano sulle ormai placide onde del mare nello specchio d’acqua prospicente il molo; le carogne dei cavalli si rinvennero presso la foce della Berbenetta, ma il corpo del Gingio scomparve letteralmente e infruttuose riuscirono le pur reiterate ricerche.

La commissione comunale assegnò il suo nome all’archivolto detto di “Gambin”, all’altro estremo del paese.

Proprio per rendere più esplicita questa denominazione, tre benefattori loanesi hanno deciso di collocare a loro spese una targa, in pietra del finale, recante la denominazione dell’archivolto in dialetto ligure.

«A nome dell’amministrazione – dichiara il sindaco Luca Lettieri desidero ringraziare i nostri tre concittadini per questa donazione, che si colloca nel solco delle altre iniziative simili che, negli ultimi anni, hanno interessato il centro storico (U caruggiu), il ponte di San Sebastiano (U punte du nicciu) ed in ultimo i ‘Carugetti orbi’. La salvaguardia delle tradizioni passa anche attraverso il recupero delle antiche denominazioni toponomastiche, che fanno parte a tutti gli effetti della storia cittadina. I nomi di vie e piazze, infatti, non servono solo ad orientarsi sul territorio comunale, ma contribuiscono anche a trasmettere la memoria di personaggi ed eventi del nostro passato».

c.s.

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